Percezione del Rischio — non è ignoranza, è un'altra definizione
Le sette pagine di questa sezione mostrano come si leggono i numeri. Questa spiega perché non bastano. Nella ricerca classica su questo tema, i giudizi degli esperti corrispondevano ai dati statistici e quelli del pubblico no — ma la conclusione dell'autore non era quella che ci si aspetterebbe.
Questo strumento non stabilisce se una preoccupazione sia giustificata. Colloca un pericolo sulle dimensioni che, negli studi, risultano determinare la percezione — che è una cosa diversa dal misurarne la pericolosità.
Colloca un pericolo
Pensa a qualcosa che ti preoccupa più di quanto i numeri sembrino giustificare, o meno.
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Due parole, due significati
La ricerca classica su questo tema riporta un risultato che sembra semplice: i giudizi di rischio degli esperti corrispondevano ai dati statistici oggettivi, quelli dei non esperti no.
La spiegazione, però, non è che gli uni sappiano contare e gli altri no.
Gli esperti considerano il rischio come la probabilità di un danno effettivo, sulla base di stime di mortalità. Le percezioni del pubblico si basano su un insieme di caratteristiche qualitative. Molti conflitti tra esperti e non esperti sull'accettabilità di un rischio sono il risultato di definizioni diverse del concetto stesso di rischio — e quindi di valutazioni diverse della sua grandezza — più che di un errore di calcolo.
Detto altrimenti: non stanno misurando male la stessa cosa, stanno misurando cose diverse.
Le due dimensioni
Il modello più usato organizza i pericoli lungo due assi principali, ricavati da un insieme più ampio di caratteristiche.
| Dimensione | Che cosa comprende |
|---|---|
| Rischio temuto | Mancanza di controllo, conseguenze temute, potenziale catastrofico, iniquità nella distribuzione dei rischi, rischi crescenti nel tempo, conseguenze fatali |
| Rischio sconosciuto | Non osservabilità, novità, esposizione non nota, non conosciuto alla scienza, conseguenze differite |
Combinando i due assi si ottengono quattro quadranti in cui i diversi pericoli si collocano. Tra i due, il rischio temuto è indicato come il fattore principale.
Il suo effetto è misurabile e ha conseguenze pratiche: più un pericolo ha un punteggio alto su questa dimensione, più il rischio percepito è alto, più le persone chiedono che venga ridotto e più chiedono una regolamentazione severa per ottenerlo.
Le caratteristiche che spostano il giudizio
Le proprietà che risultano legate alla percezione del pubblico, e non a quella degli esperti, sono state elencate in modo abbastanza costante:
- La volontarietà dell'esposizione: se ci si espone per scelta o si subisce.
- Il controllo: se esistono comportamenti che riducono il rischio.
- Il potenziale catastrofico: se i danni arrivano concentrati in un singolo evento o distribuiti nel tempo.
- Il livello di incertezza associato al pericolo.
- La familiarità, che dipende anche dalla frequenza con cui il tema compare nei mezzi di informazione.
- La percepita disuguaglianza nella distribuzione di rischi e benefici: se chi subisce il danno è lo stesso che ne trae vantaggio o no.
Le percezioni degli esperti, per contro, non risultano strettamente correlate a nessuna di queste caratteristiche.
La conclusione che di solito si salta
La lettura più comune di questa ricerca è che il pubblico si spaventi delle cose sbagliate e vada informato meglio. L'articolo del 1987 che l'ha resa celebre sosteneva qualcosa di diverso, e in un punto contraddiceva proprio quell'assunzione: che le persone modifichino la propria percezione del rischio man mano che ricevono informazioni.
Sotto la superficie di quella rassegna c'è una richiesta esplicita: che le valutazioni del rischio siano più disponibili ad accogliere il ruolo delle emozioni e della cognizione nelle concezioni pubbliche del pericolo. Anziché limitarsi a diffondere sempre più informazioni, gli esperti dovrebbero essere attenti e sensibili alla concezione ampia di rischio del pubblico.
È una posizione che cambia il senso di tutto il resto: se le due parti usano definizioni diverse, comunicare meglio i numeri risolve solo metà del problema.
Il rischio come sensazione
Alle due dimensioni principali se ne aggiungono altre due: la conoscenza e l'affetto.
L'affetto è descritto come un'euristica che si basa sullo stato emotivo — con o senza consapevolezza — per determinare quanto uno stimolo sia positivo o negativo. In questa lettura, il rischio non viene rappresentato come una stima ma come una sensazione.
Va detto che il modello ha limiti riconosciuti: alcuni lo considerano limitato nella sua capacità esplicativa, e altre teorie chiamano in causa euristiche e distorsioni cognitive, reti sociali e fattori culturali.
Che cosa questo strumento non fa
- Non dice se una preoccupazione sia giustificata: colloca un pericolo su dimensioni che influenzano la percezione, non la sua pericolosità.
- Non fornisce dati di mortalità su alcun pericolo specifico.
- Non sostiene che la percezione sia un errore: la ricerca citata sostiene esplicitamente il contrario.
- Non copre le altre teorie proposte per spiegare la percezione del rischio.
- Non è uno strumento per convincere qualcuno che ha paura di qualcosa.
Domande frequenti
Il pubblico sbaglia e gli esperti hanno ragione?
Non è così che la ricerca lo formula. È documentato che i giudizi degli esperti corrispondevano ai dati statistici oggettivi e quelli dei non esperti no, ma la spiegazione data è un'altra: gli esperti considerano il rischio come probabilità di un danno effettivo sulla base di stime di mortalità, mentre le percezioni del pubblico si basano su caratteristiche qualitative come la volontarietà dell'esposizione, il controllo, il potenziale catastrofico e la distribuzione di rischi e benefici. Molti conflitti sull'accettabilità di un rischio sono il risultato di definizioni diverse del concetto stesso di rischio, più che di un errore di calcolo.
Perché certe cose fanno più paura di altre più letali?
Perché la percezione risponde a due dimensioni che la mortalità attesa non contiene. La prima e principale è il rischio temuto: mancanza di controllo, conseguenze temute, potenziale catastrofico, iniquità nella distribuzione, conseguenze fatali. La seconda è il rischio sconosciuto: non osservabilità, novità, esposizione non nota, non conosciuto alla scienza, conseguenze differite nel tempo. Un pericolo che si subisce senza poterci fare nulla, colpisce molte persone insieme ed è nuovo occupa la posizione che genera più preoccupazione, indipendentemente da quante persone uccida in un anno.
Basta comunicare meglio i numeri?
Serve, ma copre solo una parte del problema, e l'articolo che ha reso celebre questa ricerca contraddiceva proprio l'assunzione prevalente che le persone modifichino la percezione del rischio man mano che ricevono informazioni. La richiesta che l'autore avanza è diversa: che le valutazioni del rischio siano più disponibili ad accogliere il ruolo delle emozioni e della cognizione nelle concezioni pubbliche del pericolo, e che gli esperti, anziché limitarsi a diffondere sempre più informazioni, siano attenti alla concezione ampia di rischio del pubblico. Se le due parti usano definizioni diverse, comunicare meglio i numeri risolve metà del problema.
Che cosa significa che il rischio è «una sensazione»?
È il modo in cui viene descritta una delle dimensioni del modello, l'affetto: un'euristica che si basa sullo stato emotivo, con o senza consapevolezza, per determinare quanto uno stimolo sia positivo o negativo. In questa lettura il rischio non viene rappresentato come una stima numerica ma come una sensazione. Non è un'osservazione sprezzante: è la constatazione che la valutazione emotiva precede e orienta quella analitica, e che ignorarla non la fa sparire. Alle due dimensioni principali si aggiungono infatti anche la conoscenza e l'affetto.
Questo modello spiega tutto?
No, e i suoi limiti sono riconosciuti anche da chi lo usa. Il paradigma psicometrico ha portato molta chiarezza nel campo della percezione del rischio, ma è considerato da alcuni limitato nella sua capacità esplicativa. Altre teorie chiamano in causa euristiche e distorsioni cognitive, il ruolo delle reti sociali e i fattori culturali, che il modello a due dimensioni non cattura. Va tenuto presente anche che queste dimensioni descrivono come la percezione si forma, non se una preoccupazione sia fondata: sono due domande distinte.
Da leggere insieme a questo
Le altre pagine di questa sezione insegnano a leggere i numeri; questa spiega perché la lettura corretta non chiude sempre la questione.
Fonte e metodo
- Modello di riferimento
- Paradigma psicometrico, formulato alla fine degli anni Settanta e reso ampiamente noto da un articolo del 1987 su una rivista scientifica di primo piano
- Rischio temuto
- Mancanza di controllo, conseguenze temute, potenziale catastrofico, iniquità nella distribuzione dei rischi, rischi crescenti nel tempo, conseguenze fatali; indicato come il fattore principale
- Rischio sconosciuto
- Non osservabilità, novità, esposizione non nota, non conosciuto alla scienza, conseguenze differite
- Dimensioni aggiuntive
- Conoscenza e affetto; l'affetto è un'euristica basata sullo stato emotivo che rappresenta il rischio come una sensazione
- Effetto misurato
- Più alto è il punteggio sul rischio temuto, più alto è il rischio percepito, più le persone chiedono che venga ridotto e più chiedono una regolamentazione severa
- Giudizi degli esperti
- Corrispondevano ai dati statistici oggettivi; non risultano strettamente correlati alle caratteristiche qualitative del pericolo; la valutazione coincide sostanzialmente con la mortalità annua attesa
- Giudizi del pubblico
- Basati su caratteristiche qualitative: volontarietà dell'esposizione, controllo, potenziale catastrofico, livello di incertezza, familiarità, percepita disuguaglianza nella distribuzione di rischi e benefici
- Natura del disaccordo
- Molti conflitti sull'accettabilità dei rischi derivano da definizioni diverse del concetto di rischio, e quindi da valutazioni diverse della sua grandezza, più che da errori
- Posizione dell'autore
- L'articolo contraddiceva l'assunzione prevalente che le persone modifichino la percezione ricevendo informazioni, e chiedeva che le valutazioni del rischio accogliessero il ruolo delle emozioni e della cognizione
- Limiti riconosciuti
- Il modello è considerato da alcuni limitato nella capacità esplicativa; altre teorie chiamano in causa euristiche, reti sociali e fattori culturali
- Limiti dello strumento
- Non stabilisce se una preoccupazione sia giustificata; non fornisce dati di mortalità; non sostiene che la percezione sia un errore
- Pubblicato
- 28 agosto 2026
- Ultima revisione
- 28 agosto 2026
- Prossima revisione
- febbraio 2027
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